I luoghi dell’abitare

Mostra di design tenutasi nel 2009 presso “daDriade” – via Cognetti, 36/B – Bari

Di Francesco Mancini.
Nato a Palo del Colle (Ba), architetto e designer, progetta dal micro al macro, per lui è solo una differenza di scala. Vive in Puglia ed opera dove necessita, le sue dimore sono luoghi essenziali per esserci. Numerosi sono i suoi progetti dove, dall’Architettura, all’interior design si leggono segni carichi di simbologie dualistiche: spigolo e curva, eros e tenerezza, pensiero e corpo. Sono, questi, elementi che contraddistinguono le modalità dell’essere di Francesco  Mancini e dell’abitare le cose e la natura in un sano equilibrio. Attualmente vive a Modugno (Ba).

Articolo 1 - DISEGNARE I SENTIMENTI - di Lia De Venere

Gli oggetti di Francesco Mancini non abitano i luoghi per cui sono stati pensati in qualità di ospiti, ma ne sono parte integrante, non si limitano ad occupare spazi, ma sono indispensabili protagonisti del quotidiano, non sono soltanto forme da ammirare, ma pretendono attenzione partecipata, non sono algidi simulacri, ma giustificano la propria presenza perché danno corpo ad emozioni, desideri, sogni. Di coloro che li hanno commissionati e di colui che li ha disegnati.Ma si possono “disegnare i sentimenti”? Si può dar consistenza sensibile ai moti dell’animo, alle divagazioni dell’immaginazione, alle fantasie oniriche? E al tempo stesso rispondere a reali inderogabili urgenze pratiche? Può il design arrogarsi le prerogative dell’arte senza venir meno alla sua missione principale? Una poltrona sghemba e bicolore può diventare un oggetto d’affezione, come un dipinto o una scultura?

Evidentemente sì, per Francesco, che spesso e volentieri, con esiti di spiccata intensità poetica si è immischiato nell’arte “pura”, senza abbandonare il rigore del progetto.I suoi oggetti – tavoli, sedie, poltrone, contenitori – non sono semplici oggetti d’uso,  ma interlocutori attivi nelle dinamiche del vivere quotidiano, raccontano microstorie private, dando conto di consonanze e dissensi, di  soluzioni finalmente condivise dopo accorati confronti.L’artista spesso giunge al termine dell’opera, sfinito dal lavorio mentale e dalla tempesta delle emozioni, come al traguardo di una corsa lunga e irta di ostacoli.Analogamente il designer compie un percorso reso impervio da limiti materiali e obiezioni della committenza, dalle inevitabili continue frizioni  tra la libertà dell’idea e i vincoli del progetto.
Al primo tocca il compito di creare vie di fuga dalla realtà quotidiana, di indicarci altre strade per imparare a vedere, di  invitarci a condividere sentimenti, speranze, illusioni, sogni, a guardare lontano, al di là del visibile. Al secondo tocca l’onere – forse ancora più laborioso – di conferire il crisma della bellezza ad un bisogno, di rendere un oggetto degno di attrarre gli sguardi e possibilmente il cuore, di fare del design “l’arte del possibile”, come dice Munari.In fin dei conti, di dare risposta adeguata e non banale, esteticamente ed eticamente apprezzabile – e soprattutto qui e ora – al desiderio degli individui di star bene al mondo.

 

Articolo 2 - FRANCESCO MANCINI, L'ARCHITETTO DI D'IO - di Giuseppe Caggiano

Pensate alla Natività. Alla pagana rappresentazione della nascita di Cristo. Una icona tra le più note. Certamente, la più copiata, con milioni di proposizioni su tele, di cartapesta, di pietra, di legno. Tra secoli e latitudini ed origini francescane.

Pensate, adesso, ad una Natività creata da Francesco. Sarebbe un’opera certamente da ammirare, su cui discutere, da restare a guardare affascinati, irretiti dalla bellezza. Unica.

Perché Francesco crea solo il “bello”. È un dono di Dio. Ha in sé una sensibilità che sconvolge i canoni dello stile, è tesa e straziante come la corda di un violino, sinuosa e scontrosa come le curve di uno Stradivari, rivoluzionaria e straripante come “Il Quarto Stato”, copernicana.
Perché Francesco incarna l’asperità e la dolcezza della sua terra. La saggezza e la consapevolezza di una storia millenaria che si confronta senza pregiudizi con quel che è da venire. Anzi, la conoscenza del passato lo proietta con più naturalezza e semplicità nell’accettare i dogmi del futuro. Per questo, anticipa le tendenze, rivoluziona le linee, scompagina i principi della fisica.

Adesso, guardate con gli occhi di chi vuole vedere gli oggetti, i mobili, i “capricci” di Francesco. In essi, non vi è alcun assoggettamento a regole e leggi o estetismi di maniera, non vi è alcun infingimento formale né compromessi eccessivi con la committenza.

Vedrete, come i materiali più vari e meno organici tra loro trovino una assimilazione perfetta nel prodotto finito. E che dire dei colori, apparentemente casuali che non si trovano in natura, e dei profumi, dei legni, delle pelli, dell’argilla.

Ogni oggetto è un’opera d’arte. Nasce da una intuizione, diventa una idea, tentativi e tentativi di matita e cancellazioni di gomito di mano, linee imperfette che si ripetono, che poi si piegano, si addolciscono, si uniscono. Ecco, adesso è un disegno che ricerca una materia, che si plasmi con altre, è una ricerca alchemica, un far di conto anche con la matematica dei sentimenti, le geometrie del cuore, le parole dell’anima.

Sì, ogni oggetto è un’opera d’arte. A buona ragione. Perché in ognuno di essi vi è una disciplina che marchia a fuoco ogni soggetto, lo rende unico, e pregno di articolata serie di passaggi di lavorazione pressoché irripetibili. È anche questo che distingue e rende unica la eclettica produzione di Francesco Mancini.

Ne “I luoghi dell’abitare” troverete solo una parte, la valenza affettiva, della oceanica realtà intellettuale e progettuale di Francesco, una zona franca del suo personale design, un’isola che non c’è ancorata ad un sogno antico.

Riempire il vuoto.

Articolo 3 - L'ANIMA DEL PROGETTO - di Marco Petroni

Il progetto contemporaneo sembra porre nuovamente al centro delle sue pratiche la ricerca di un’abitabilita’ del mondo scommettendo su una sensibilità capace di instaurare un dialogo profondo con l’anima dei luoghi e i suoi abitanti.

Dopo la sbornia autoreferenziale delle archistar sintetizzata nella poco felice espressione di Rem Koolhas “Fuck the contest” si profila all’orizzonte un progetto “dolce” a dimostrazione di una condizione di costante ascolto dell’individuo da parte di coloro che sono chiamati a partecipare alla costruzione del nostro quotidiano. A dare corpo a questa nuova etica progettuale e’ un ritorno all’artigianato, centro di un interesse culturale molto ampio confermato anche dai lavori di Francesco Mancini, architetto e designer di formazione milanese con il cuore della sua attivita’ a Bari.

“I luoghi dell’abitare”, rassegna personale del progettista mette in scena una stringata selezione di oggetti disegnati in piu’ di vent’anni di intensa attivita’. Sono oggetti/soglie aperti ad una serie di connessioni con gli spazi che li hanno accolti, zone di frontiera in cui si aprono territori di un denso silenzio. Sono oggetti sospesi in cerca di nuovi esiti che tratteggiano sentieri in attesa di essere percorsi. La mano di Francesco accompagna i suoi committenti in un universo “caldo”, dove gli artigiani che collaborano al disegno complessivo dello spazio si identificano in prototipi sperimentali ad alto contenuto estetico e tecnologico.

Questa sensibilita’ neoartigianale si combina alla conoscenza della storia del design piu’ recente. Si leggono nelle rotondita’ delle sedute e nelle pennellate di colore intenso rimandi al bolidismo, movimento neofuturista degli anni ottanta, la giocosità delle forme si sintonizza con le sperimentazioni piu’ riuscite degli autori di Alchymia. Proprio il movimento fondato da Alessandro Guerriero ha tracciato un ritorno all’artigianato inteso come pratica innovativa per la sua capacita’ flessibile che si appunta su produzioni di piccola serie o di pezzi unici improntati ad una rapidita’ costruttiva e progettuale, non necessariamente ripetibile nella grande serie industriale.

Il designer si pone, quindi, nella condizione di chi interpreta e stimola la ricomposizione di una possibile cultura dell’abitare capace di ricostruire un sistema di legami e funzioni non esauribili nei rapporti formali e funzionali ma piu’ ampiamente culturali ed espressivi tra l’uomo e gli oggetti della propria casa. Francesco interviene su un luogo per restaurarne l’anima invitando i suoi abitanti alla scoperta di nuove percezioni dello spazio, non necessariamente attraverso nuove forme di progettazione ma seguendo un’ispirazione istantanea dettata dall’ascolto della committenza che si ritrova immersa in un’emozione. Ha qualcosa di erotico la sensibilita’ progettuale di Francesco Mancini la si ama perche’ trattiene, avvolge, sfibra non ci lascia andar via indifferenti.

La casa si trasforma in un oggetto che seduce e attrae nutrendo un desiderio di intimita’ che sa ascoltare il mondo.

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